05-06/08/2020 Tofana di Mezzo e Di Dentro

Giorno1: Rifugio Dibona – sentiero Astaldi – rifugio Giussani – Tre Dita

   
Distanza totale: 6,4 km (3,8↑ – 1,8↓ – 0,8↔)
Altitudine massima: 2.749 m
Altitudine minima: 2.083 m
Dislivello assoluto: 664 m
Totale salita: 970 m
Totale discesa: -426 m
Tempo totale: 2h 30′ + 3h (soste comprese)

Presenti: Antonio, Cippe, Gianni.

Ci avevo provato a fine luglio, riproposto ad inizio agosto e spostato ben due volte sempre per il tempo finalmente riuscimao a fare questo fantastico giro che ha l’obiettivo di salire due tremila sul gruppo delle Tofane: Tofana di Mezzo e di Dentro, in realtà molto vicine tra di loro, una volta arrivati sotto è un gioco da ragazzi, ma poi bisogna rientrare e qui mi vien da ridere. Possiamo dire un’impresa, soprattutto per chi non è avvezzo ai lunghi percorsi. L’avventura si divide in due giorni, il primo diciamo di avvicinamento, facile molto appagante da ogni punto di vista, il secondo più impegnativo per non dire devastante, ma unico per tutto ciò che abbiamo percorso, visto, ammirato, raggiunto, scoperto.

Rifugio Di Bona. Quota 2083 m.
Partiamo con calma mercoledì mattina verso le ore 8, una bella tirata fino a Pieve di Cadore dove ci fermiamo per bere un caffé, ma soprattutto per un bisogno fisiologico impellente. Ci dirigiamo quindi verso Cortina e poi in direzione Falzarego sulla SR48 dove ad un certo punto prima di arrivare al passo sulla destra parte una stradina che porta ai rifugi Dibona, Duca d’Aosta, Pomedes, ben segnalata. La strada è asfaltata nel primo tratto poi diventa bianca, ma tranquillamente percorribile con qualsiasi auto. Il parcheggio del rifugio è enorme eppure pieno, troviamo un buco libero, parcheggiamo ed iniziamo i preparativi. Alle 12:20 ci mettiamo in cammino pieni di aspettative. Proprio di fronte al rifugio parte il sentiero 420 che porta dritto al Pomedes. Il 420 sale abbastanza ripido, ma senza particolari difficoltà, fin da subito, appena si prende un pò di quota, il panorama inzia a mostrare le sue meraviglie, davanti a noi l’Antelao, a destra la conca di Cortina con tutti i suoi gioielli e dietro di noi la Tofana di Rozes. Il 420 non lo percorriamo tutto, a quota 2200 circa e dopo poco meno di un chilometro incrociamo il sentiero Astaldi alla nostra sinistra in direzione opposta a quella di provenienza. L’Astaldi è un sentiero attrezzato facile che si sviluppa per lo più in orizzontale e famoso per i suoi colori (approfondimento). Siamo sotto punta Anna, monolite facente parte della Tofana di Mezzo. Appena preso il sentiero sale leggermente fino a raggiungere una cengia poi, coadiuvati dalla fune di ferro, si cammina in orizzontale tra un tripudio di colori e di panorami. Dietro di noi l’Antelao con alla sua sinistra cima Belprà, il triangolino appuntito e poi ancora cima Marcoira coperta dalla nubi e dalla parete di roccia, poco oltre superato un lastrone roccioso con l’aiuto di alcune staffe, davanti a noi ecco la Marmolada incapucciata dalle nubi, ma è ben visibile il ghiacciaio imbiancato dalle recenti nevicate. Il sentiero continua a mostrare i suoi colorati fianchi fino ad uno spuntone verdeggiante superato il quale compare il Valon De Tofana. Fino ad ora ci siamo divertiti adesso bisogna fare un pò di fatica e risalire verso il Giussani. Ci sono diverse tracce, restiamo più alti possibile fino ad innestarci sul sentiero 403, praticamente una strada bianca, molto frequentato. Verso i 2400 metri il vallone si restringe ed il sentiero pure, continua a serpeggiare fino al vecchio rifugio Cantore (2.542 mt). Prima di di proseguire mi giro ad immortalare il panorama da quassù. A sisnistra coperto dalle nubi il Pelmo e davanti a lui cima Ambrizzola, più a destra il pianoro che termina con Ponta Lastoi de Formin, più a destra il Civetta coperto anch’esso dalle nubi. Siamo ormai in prossimità del rifugio Cantore sovrastato dal Pilastro, pochi metri ed eccoci al Giussanni.

Rifugio Giussani. Quota 2600 mt. Distanza 3,4 km. Tempo 2h 30′.
Entriamo a confermare il nostro arrivo, depositiamo gli zaini e prendiamo possesso della stanza. Lo staff ci spiega come comportarci per quanto riguarda il Covid, ovviamente la mascherina è tassativa mentre si gironzola all’interno. Ci gustiamo una birretta al tavolo, è prestino sono le 15 circa quindi decidiamo di fare un salto alla Tre Dita, visibili dal rifugio e distanti circa un chilometro e mezzo. Camminare senza il peso dello zaino è un’altra cosa oltre che più divertente, sembriamo tre monelli a zonzo. Prendiamo la via normale che sale alla Tofana di Rozes e che dopo 500 metri circa si biforca, a sinistra prosegue la salita, a destra una traccia conduce alle Tre Dita più o meno intorno a quota 2.670 metri. Dietro di noi il pendio terminale della Tofana di Mezzo sotto la quale si nasconde il Giussani, più avanti ormai nei pressi delle Tre Dita, ecco comparire la Val Travenanzes, e sulla destra la Nemesis dove si snoda la cengia Paolina ed ovviamente le cime di Fanes ed il monte Cavallo. Superiamo un nevaietto, ancora qualche metro ed infine eccole le Tre Dita.

Tre Dita. Quota 2.694 mt. Distanza 4,9 km. Tempo totale 3h.
Dietro di noi una spettacolare visuale sul Masaré, sotto al Giussani, è un ammasso di sassi, ma ha un suo fascino. Alla nostra destra si vede nella sua interezza la Nemesis, ma lo spettacolo più grande a mio avviso è quello verso i Lagazuoi. Il contrasto di colori della dolomia con il verde della parte sommitale della val Travenanzes è meraviglioso, mettiamoci poi pure la presenza della Marmolada ed il quadretto è fatto. Da qui si può vedere bene anche la Val Travenanzes e la cima della Tofana di Rozes. Sotto le Tre Dita sono presenti dei resti della grande guerra, ovviamente una visitina è d’obbligo, ma mai avrei pensato di trovare i resti del dormitorio truppe. Ci sono perfino degli stracci, forse coperte, difficile stabilire. Proseguiamo dentro il tunnel, sulla sinistra un’altro piccolo antro, secondo me una piccola cameretta dove dormivano i soldati di guardia adibiti a presidiare i due osservatori verso i Lagazuoi e la Val Travenanzes. Il tempo passa inesorabile, è ora di rientrare anche se starei qui delle ore, sulla via del rientro ci fermiamo a ravanare tra i resti di altri sfaciumi, Antonio trova diversi proiettili e bossoli, uno shrapnel intero ed uno schiacciato compresso dalla collisione di chissà quale ostacolo, io invece raccologo su un filo di ferro diverse latte che lascerò nella lapide commemorativa al Cantore nei pressi del rifugio, se ci passate quel filo appeso sulla destra è opera mia. Intanto il cielo si è aperto ed il sole illumina punta Marietta, anche la Tofana di Mezzo e la Tofana di Rozes ora sono sgombre di nubi, siamo arrivati al rifugio ed Antonio subito ne approfitta per rilassarsi un pò.

Serata al Giussani
La cena è quasi pronta, lo staff esce ad avvisarci di prendere posto, ci accomodiamo al tavolo, gli ampi finestroni permettono di vedere il tramonto del sole, ma al momento siamo concentrati sul cibo, ho ordinato una zuppa di primo e uova con speck per secondo, poi arriva il dolce, due fette, strudel e crostata. Devo dire tutto ottimo, non è la solita frase fatta, su tutti le uova con lo speck, squisite, avrei fatto il bis ed anche lo strudel mi è piaciuto particolarmente. Fuori c’è ancora luce, esco per fare qualche foto con la luce del tramonto. Anche l’esterno del rifugio è molto curato, quasi ovunque vi sono delle miniature di metallo a simboleggiare il mondo alpino, comunque Pelmo (3172) e Pelmetto (2996) la fanno da padrone completamente sgombri dalle nubi e davanti a loro cima Abrizzola (2715). Dietro di me invece verso nord-ovest le Tre Dita, i Fanes ed il monte Cavallo, a due passi da noi verso sud-ovest punta Marietta accesa dal sole e la tofana di Rozes, anche la torre Aglio accende l’imbrunire con i suoi caldi colori, vi aspetto domani mattina … e se la ride. Bellissimo anche questo terrazzino su roccia fronte rifugio. Rientriamo all’interno, due chiacchiere e poi a nanna domani sveglia alle 6 e 50.

Giorno2: Rifugio Giussani – Tofana di Mezzo – Tofana di Dentro – rifugio Dibona

   
Distanza totale: 11,4 km (4,5↑ – 6,7↓ – 0,2↔)
Altitudine massima: 3.244 m
Altitudine minima: 2.083 m

Dislivello assoluto: 664 m
Totale salita: 1226 m
Totale discesa: -1661 m
Tempo totale: 12h 50′ (soste comprese)

Pazzesco sono riuscito a dormire due tre ore, merito della caramella di melatonina, poi verso le 3 e 30 è iniziata una lunga sfida con il cellulare in un bellissimo gioco, indovina quanto tempo è passato. Gianni è stato molto silenzioso, quasi preoccupante, Antonio si è dimenato un bel po’ in una lotta impari con il sacco lenzuolo poi anche lui ha preso sonno, inequivocabilmente confermato dal suo dolce ronfare meno invasivo del solito complice probabilmente la stanchezza a parte un paio di sussulti. Verso le 6 decido di alzarmi ed uscire, con la scusa di fare un pò di foto, non sono l’unico, insieme a me esce un altro escursionista dotato pure lui di una Ricoh, vorrei chiedere qualche info sulla sua macchina, ma poi procediamo per strade diverse. Che dire, i colori dell’alba sono unici, punta Marietta e la Rozes, le cime dei Fanis, il Pelmo, le Tre Dita, il rifugio in cui sto per rientrare, ma prima mi attira ancora la Rozes e la particolare ombra proiettata da punta Marietta, si sembra la bocca di un mostro con la lingua biforcuta. Rientro, sono quasi le 7 e lo stomaco brontola, raggiungo i miei compagni in camera, sono svegli, ma intanto vado di sotto e prendo posto. Colazione classica, niente salato, burro, marmellate, miele, latte, tè, caffé e pane ovviamente. Paghiamo il conto, ringraziamo il cortese staff, siamo stati bene al Giussani, usciamo ed inziamo la nostra impresa.

Rifugio Giussani. Quota 1600 mt.
Partiamo che sono le 8 e 15, fuori ora c’è un’altra luce, ma il cielo è fantastico, non si vede una nuvola, meraviglioso. La traccia che risale il ghiaione parte proprio dietro al rifugio più che evidente non si può sbagliare. La prima rampa è piuttosto facile in direzione Cortina poi aggirata punta Giovannina si procede in direzione opposta con la pendenza che si fa più ardita ed il terreno a tratti molto friabile tanto che a tratti procedo aiutandomi con le mani, poi esausto mi sposto a sinistra fino a raggiungere la parete ed inizio a risalire su roccette, se non altro il procedere carponi mi ha permesso di trovare vari reperti della guerra, questo il bottino della due giorni. Vietato guardare verso l’alto, la fine non arriva mai, mentre il panorama inzia a farsi interessante, la visuale sulla Rozes ora è diversa ma mano che ci alziamo di quota, ma eccolo qua il tremendo ghiaione, e qui nella sua parte finale ormai superato dopo circa 1h e 45′ e 250 metri di dislivello. Superato l’apice del ghiaione, dovrebbe essere forcella Valon, la visuale si apre anche verso il Lagazuoi ed i Fanes. Una volta ricompattati e riposati riprendiamo il cammino, la traccia, si perché ricordo che si tratta di una traccia non è un sentiero CAI, prosegue per un buon tratto in quota, di fronte a noi la Tofana di Rozes e dietro si intravede la Marmolada, forse la vista ci ha distratto, non lo so, fattosta che ci impegnamo in un saliscendi non dovuto, lo scopriamo solo durante la discesa su ghiaione instabile quando di sotto ci riagganciamo alla traccia, si vede bene anche sul gps, però veramente nessuno di noi ha notato la deviazione che aggirava un costone roccioso. Da questa foto si può notare la lunga traccia che costeggia il versante sud della Tofana di Mezzo che si snoda intorno a quota 2860, un po’ esposta, ma senza estremi, affrontabile anche per chi come me soffre un p0′ di vertigini. Tale percorso in piano termina presso un pulpito molto spettacolare per il panorama che offre verso i Lagazuoi. Da qui la traccia riprende a salire fino a raggiungere un pianoro a circa 2920 metri dove c’è anche un piccolo laghetto, si continua a salire attraversando dei nevai, la neve è morbida, non servono ramponi o ramponcini, poi un ultimo tratto molto ripido di cui ci aveva parlato il gestore del rifugio, anche molto friabile, ma sempre in buon appoggio, che arriva praticamente fino alla cresta che unisce le due Tofane, o meglio subito sotto la cresta ed in prossimità della forcella che è un po’ più a sinistra rispetto alla direzione da cui arriviamo. Poso le chiappe e mi godo il panorama dagli ormai oltre 3000 metri. Verso ovest sempre i Lagazuoi e molto altro ma le nubi purtroppo non ci permettono di godere della vista. Alla mia destra la Tofana di Dentro, alla mia sinistra l’ampia cengia che porta verso la cima della Tofana di Mezzo. La lunga cengia è dotata di cavo, sono 150 metri circa ancora da risalire, ad un certo punto si trova l’incrocio tra la ferrata Lamon che porta alla Tofana di Mezzo e la ferrata Tofana di Dentro che porta all’omonima cima. I miei soci tirano il culo indietro, io non posso certo fermarmi ora a due passi dalla meta, un calamita mi attira verso l’alto, raggiungo la fine della ferrata, giro intorno ad una roccia e ….. un altro mondo. Ecco la stazione di arrivo della freccia del cielo, si lo sapevo, ma mi aspettavo il caos, voci, urla, gente sui lettini che prende il sole, vip, paparazzi, invece nulla, il silenzio totale, non c’è anima viva, ciò mi preoccupa. Guardo indietro a cercare i miei compagni e non li vedo, verso destra un’ampia cengia, direi più che altro una strada, gira intorno alla Tofana di Mezzo fino a raggiungere il versante opposto dove il cavo di ferro chiude il percorso. Qui ritrovo Sara e suo papà, gli unici due individui incontrati nel percorso e che ci avevano asfaltato durante la salita del ghiaione appena partiti dal rifugio. Stanno valutando se scendere attraverso la ferrata Giovanni Aglio per rientrare al Giussani, ma vi assicuro che la discesa fa impressione, molto brutta, sconnessa, friabile, un casino e nel contempo mi confermano ciò che temevo, la funivia è chiusa, ecco perché tutta quella calma. Ci salutiamo e procedo verso la cima risalendo per facili roccette gli ultimi metri fino alla croce di vetta.

Tofana di Mezzo. Quota 3225. Distanza 2,5 km. Tempo 4h 30′.
Ci sono nuvole dappertutto, non faccio neppure una foto e torno giu subito, vado incontro ai miei due compagni per capire dove sono, li trovo proprio alla fine della ferrata. Ci sediamo su una della panchine e facciamo sosta. Iniziamo a fare valutazioni, dovevamo essere qui intorno alle 11, abbiamo due ore di ritardo, sarebbe stato perfetto scendere in funivia fino al Ra Valles e rientrare al Dibona, ma non abbiamo alternative dobbiamo fare tutto il giro. Si riparte, scendiamo fino a quota 3100 dove incrociamo il ferro che sale verso l’altra Tofana, lasciamo la ferrata Lamon e prendiamo la ferrata Tofana di Dentro. Le nubi ci consentono di vedere la mestosità della Tofana di Mezzo, e devo dire che questa ferrata è veramente molto bella, impressionante vedere queste roccie con gi strati perpendicolari tra di loro, alcuni passaggi sono molto aerei, altri molto esposti, ma è una goduria, con il cavo che da sicurezza si può fare tutto. Anche qui in alto troviamo numerosi resti della guerra, pazzesco pensare ai soldati che restavano a queste quote, in inverno, non so come facevano, più ci avviciniamo alla vetta e più aumentano i manufatti, le gallerie, ecco i resti di una teleferica. Poi finalmente siamo in cima, ma il panorama è disturbato dalle nubi, peccato, siamo arrivato su proprio nel momento peggiore della giornata. Il gruppo del Cristallo, Sorapiss ed Antelao e tutto il resto.

Tofana di Dentro. Quota 3244. Distanza 3,5 km. Tempo 6h 30′.
Nonostante il forte ritardo ci fermiamo circa 20 minuti, ci rifocilliamo, facciamo un pò di foto e poi riprendiamo la discesa. Perfino sulla cima troviamo trincee e manufatti, ma a noi ora interessa scendere e ciò che si prospetta è un pò scoraggiante, li sotto, molto sotto, si intravede cima Formenton alla cui base dovrebbe esserci la forcella dove il sentiero gira verso il Ra Valles, ad ogni modo la discesa in questo primo tratto è piuttosto facile e divertente, si sviluppa su una specie di ghiaione, scendiamo piuttosto velocemente circa 3-400 metri, attraversiamo un nevaio sul quale non trovavamo il passaggio, e proseguiamo giù dritti verso il bivacco alpino prossimo punto di riferimento attraversando splendide rocce di dolomia coloratissime. Nei pressi del bivacco mi ritrovo questo manufatto, non può essere lui, ma la mappa dice che è qui, proseguo con circospezione, guardo la traccia del gps, dice che lo abbiamo superato, abbondantemente anche, ma poi incastonato nella roccia fa la sua comparsa. Apro la porta di legno che nasconde una ulteriore porticina, ci sono 6 cuccette più un altro posto letto in soppalco, tavolo, sedie, ed anche un piccolissimo ripostiglio, stufa economica ed un pò di legna, insomma è abitabile anche se l’odore di muffa all’interno è nauseante. Chiudiamo tutto e ripartiamo, intanto è passata un’altra ora e qui comincia il bello. Sotto di noi vediamo la forcella ma per raggiungerla occorre scendere parecchio tramite la ferrata Formenton che si contorce intorno alle rocce fino alla forcella sotto cima Formenton. Nulla di complicato, qualche passaggio più aereo, ma non finisce mai, ecco la forcella. Ci sarebbero interessanti manufatti da visitare, si vede una bella trincea risistemata, ma non ne abbiamo il tempo, abbiamo raggiunto le 8 ore di cammino ed ancora non si vede il sentiero scorrere sul pianoro verso il Ra Valles, anzi davanti a noi vediamo ancora roccia, cengie, sentieri serpeggianti, ed il famoso libro aperto delle roccie dolomitiche. Devo dire che questo tratto è veramente spettacolare, anche se la stanchezza non ci permette di goderne le meraviglie, come la Formenton con la sua coloratissima parete di dolomia. Le nubi intanto che sopra la Tofana di Dentro si erano fatte minacciose ora se ne stanno andando, pian piano si sollevano scoprendo i gruppi montuosi della conca di Cortina. Davanti a noi alla fine di una cengia si vede un buco, è la nostra dolomiagate, il passaggio verso un altro mondo, arriva anche Gianni, poi mi volto e finalmente vedo il Ra Valles, lontano, ma lo vedo. Adesso possiamo proseguire spediti lungo il sentiero CAI 407 che in leggera discesa porta dritto al Ra Valles.

Ra Valles. Quota 2475. Distanza 8,1 km. Tempo 9h 30′.
Ci mettiamo circa un’oretta per raggiungerlo, lungo il tragitto mi imbatto nell’unica indicazione trovata, questo cartello, quantomeno vergognoso, se penso all’abbondanza di segnalazioni presente nella zona del Castelletto, qui è proprio un altro mondo, in abbandono. Al Ra Valles fervono i lavori per i nuovi impianti in previsione delle olimpiadi, è tutto chiuso, ma Gianni ed Antonio rimediano qualche bottiglietta d’acqua alla mensa degli operai, intanto fuori macchinari di ogni tipo vanno su e giù sul versante est della Tofana di Mezzo, mi colpisce una grossa macchina movimento terra, una ruspa insomma, che traina una piccola betoniera su per la salita, impressionante la potenza del mezzo, anche il rumore. Mentre aspetto i miei compagni scatto qualche foto panoramica, da qui c’è un’ottima vista e le nubi ora si sono alzate e dal Ra Valles si può godere di questo panorama:

Alle nostre spalle invece ciò che abbiamo percorso:

Si, tutta sta roba qua, la Tofana di Mezzo a sinistra, forcella Tofana, la tofana di Dentro a destra, la più alta, e la lunga discesa verso il Formenton. Bene, non ci resta che proseguire dobbiamo arrivare all’auto, raggiungendo prima il Pomedes e poi il Dibona, che sono vicini in quanto a distanza. Dal Ra Valles riprendiamo a salire lungo una traccia che aggira uno sperone roccioso e fiancheggia la pista da sci “Cacciatori” ammirando nel contempo il Pelmo senza nubi. Raggiunta quota 2570 circa vicino al palo della funivia la traccia si biforca, a destra si fiancheggia il versante nord della tofana di Pomedes fino ad incrociare la ferrata Olivieri, noi invece proseguiamo a sinistra sul versante sud della Pomedes e lungo il sentiero attrezzato Olivieri il cui inizio è segnalato da questa targa. Il sentiero a mio avviso è molto interessante, una ferrata movimentata, un susseguirsi di cengie, roccette, scorci suggestivi, balzi rocciosi che si superano con scalette, tutto bello, ma la stanchezza, la smania di arrivare alla fine non ci fanno godere delle meraviglie intorno a noi, siamo esausti, solo la forza di volontà ci fa proseguire. Un incoraggiante impulso a proseguire ci arriva dalla vista del Pomedes, ma da questo momento quante volte ho detto “ecco l’ultimo tratto di ferrata” non lo so, ho perso il conto. Ad ogni balzo superato, ad ogni roccione aggirato, si presenta davanti un nuovo tratto attrezzato, non finisce mai, come i rotoloni, intanto la luce cala mentre noi continuiamo a scendere sui ferri del sentiero Olivieri, sulla seconda scaletta, un caro saluto dal trio Pelmo, Ambrizzola, Formin e anche dal gruppo del Sorapiss e dall’Antelao, pure il Cristallo ci invia un limpido e chiaro cenno, muovetevi si fa sera, ed eccolo finalmente  l’ultimo tratto di ferrata, il sentiero torna a strisciare sull’erba verde a poche centinaia di metri dal rifugio dove fuori non si vede nessuno, ma una volta arrivati a ridosso si nota il consueto lavorio dello staff.

Rifugio Pomedes. Quota 2260 mt. Distanza 10,3 km. Tempo 12h.
Si ben 2h e 30′ dal Ra Valles, per fare un paio di chilometri, ma la ferrata come si sa rallenta molto il cammino ed il sentiero Olivieri è quasi tutto ferrato. Ormai è fatta. Abbiamo ancora luce, ci manca solo la discesa al Dibona che in parte conosciamo perché già fatta ieri in salita, prima di partire uno sguardo alle pareti del Cristallo e dei Cadini di San Lucano colorate dagli ultimi raggi di sole. Dietro al rifugio parte il sentiero 420 che scende verso il Dibona, a quota 2200 circa l’incrocio con l’Astaldi, proseguiamo giù dritti ormai spinti dalla forza di gravità, per fortuna è tutta discesa e per fortuna il Dibona è proprio li davanti a noi, “vi aspetto ragazzi” sembra dire e sento anche un “siete mitici”, faccio ancora un paio di foto, ma ormai la macchina lavora solo in automatico con gli iso che schizzano ben oltre i 1000 e falsano completamente la luce reale, quando arriviamo all’auto il tempo di cambiarci ed è buio.

Rifugio Dibona. Quota 2083. Distanza 11,4 km. Tempo 12h 50′.
Sarebbe bello cenare al Dibona, ma a quest’ora è impossibile, ci gustiamo una birra fresca e delle patatine, ci lasciano consumare i panini rimasti nello zaino, riposiamo le esauste membra, pensiamo agli sforzi fatti, ai panorami osservati, penso alla trincea sotto la Formenton che avrei voluto visitare, chissà se avrei trovato qualcosa ravanando per terra anche lì, ma mi accontento di quello che ho trovato nei sentieri prima percorsi, gusto appieno la fatica fatta, rovisto nella memoria alla ricerca di meravigliosi ed indelebili ricordi. Un devoroso grazie ai miei compagni che hanno sopportato insieme a me la fatica e la mia ostinazione, ora tocca ad Antonio affrontare l’ultimo sforzo, tre ore di auto fino a Padova con tanto di consegna a casa sia per Gianni che per me, non so come ha resistito, io mi sentivo come il cagnolino che a volte si vede nel cruscotto della auto con la testa che ciondola ad ogni sobbalzo, un doveroso grazie Antonio.

Ciao e alla prossima.

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